La domanda che tutti temono di farsi è ormai nell’aria come una nota stonata: e se il Festival della Canzone Italiana non si facesse più a Sanremo? No, non è uno scherzo da backstage. Pare che siamo davvero agli ultimi giorni di una trattativa che potrebbe rivoluzionare la storia dello show più amato dagli italiani… e non solo.
Il grande sconfitto? Il buon senso (forse)
Entro venerdì 8 agosto, secondo indiscrezioni sempre più insistenti, la Rai potrebbe annunciare una decisione definitiva: restare nella città dei fiori o traslocare in un’altra location (e Torino sembrerebbe già pronta a stendere il red carpet).
Una scelta che non sarebbe solo logistica, ma simbolica. Perché in ballo c’è il matrimonio più lungo e chiacchierato d’Italia: quello tra Sanremo e il suo Festival.
Dalla convenzione al bando pubblico: cosa sta succedendo?
Tutto nasce da un cambiamento voluto (e anche legittimo): passare da una convenzione diretta con la Rai a un bando pubblico. Ma… sorpresa! L’unica a presentarsi al bando è stata proprio la Rai.
Ora, dopo mesi di discussioni, si sarebbe arrivati al nodo cruciale: il Comune vuole più fondi – si parla di circa 6,5 milioni di euro, l’1% degli introiti pubblicitari, l’ammissione sul palco dei due vincitori di Area Sanremo e una serie di altre condizioni.
La Rai, dal canto suo, sarebbe molto più attenta al brand, al format e soprattutto al futuro del Festival dopo il 2026.
Se salta tutto? Festival senza Sanremo e Sanremo senza Festival
In caso di rottura, le ipotesi più clamorose diventerebbero realtà: la Rai porterebbe il Festival altrove, e Sanremo resterebbe con il cerino in mano, costretta forse a creare un evento alternativo tutto suo.
Uno scenario che farebbe tremare non solo gli appassionati, ma anche l’intera economia cittadina: hotel, ristoranti, negozi, tutto l’indotto rischierebbe un colpo durissimo.
Non a caso, Confcommercio e Confesercenti avrebbero già espresso una certa preoccupazione. E, inutile dirlo, la questione potrebbe anche mettere in discussione la stabilità politica della giunta comunale guidata da Alessandro Mager, vincitore alle ultime elezioni con una lista civica.
La FIMI suona l’allarme (e non è una hit estiva)
In questo delicatissimo equilibrio è intervenuto anche Enzo Mazza, CEO di FIMI, che avrebbe invitato il Comune a riconoscere l’importanza del servizio pubblico all’interno del progetto Festival, senza dimenticare l’industria musicale che da anni lavora dietro le quinte.
Ma non è tutto. Si parlerebbe anche di investimenti infrastrutturali, con la richiesta di rendere più moderna e funzionale l’attuale location o – idea da brividi – trovare un nuovo spazio più adatto.
E attenzione: la discografia chiederebbe anche un aumento del rimborso agli artisti fino a 120mila euro, con una parte a carico del Comune.
Crisi creativa all’orizzonte?
Un altro elemento che alimenta i dubbi sarebbe il calo dell’impatto musicale: i brani dell’edizione 2025 avrebbero registrato performance inferiori a quelli dell’anno scorso.
Un segnale che, secondo alcuni, potrebbe essere il sintomo di una tendenza preoccupante, se non si corre subito ai ripari.
E ora?
Nel silenzio strategico di Palazzo Bellevue, tutto sembra ancora possibile. Ma il tempo stringe. E come scrive anche Il Giornale, se le parti non troveranno un’intesa solida (e rapida), potrebbe davvero finire un’era. Quella in cui Sanremo faceva Sanremo.








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